Loredana ContiVIEW PROFILE →
La moda italiana conta i danni: 58 miliardi di fatturato e un settore che perde undici imprese al giorno
Dietro le passerelle e le acquisizioni miliardarie, la filiera che produce davvero la moda italiana è in affanno. Il rapporto di Confindustria Moda fotografa un tessile-abbigliamento sceso a 58,39 miliardi nel 2025, un export che arretra a 36,94 miliardi e, nel solo secondo trimestre 2025, 1.035 imp
Dietro le passerelle scintillanti, le grandi acquisizioni e i marchi che continuano a far sognare il mondo intero, si nasconde una realtà molto più dura: la filiera che produce concretamente la moda italiana attraversa una fase di difficoltà profonda, e i numeri raccolti dalle associazioni di settore lo confermano senza margini di dubbio.
Un settore che perde terreno
A fotografare questa fragilità è il rapporto sullo stato della moda presentato da Confindustria Moda, che mette in fila i dati economici del comparto tessile-abbigliamento e restituisce l'immagine di un'industria storica costretta a fare i conti con una frenata che dura ormai da diversi trimestri consecutivi.
Numeri in rosso
Il quadro d'insieme parla chiaro: nel 2025 il fatturato del tessile-abbigliamento italiano è sceso a 58,39 miliardi di euro, in calo del 2,4 per cento rispetto all'anno precedente, un arretramento che pesa su uno dei pilastri storici dell'intera economia manifatturiera del Paese.
Le previsioni per l'anno in corso non offrono grandi consolazioni: le stime indicano per il secondo trimestre un ulteriore calo del 2,1 per cento sul fatturato, con la possibilità concreta di chiudere l'intero 2026 ancora una volta attorno al meno 2,4 per cento, prolungando così una china discendente difficile da invertire.
L'export tiene, ma arretra
Il vero motore del comparto resta l'esportazione, che da sola rappresenta il 63,3 per cento del fatturato complessivo, a conferma di quanto la moda italiana viva soprattutto grazie alla domanda che arriva dai mercati stranieri e alla reputazione globale del marchio Made in Italy.
Eppure anche questo pilastro mostra segni di cedimento: l'export è calato dell'1,6 per cento fermandosi a 36,94 miliardi di euro, un passo indietro rispetto al massimo storico di 38,68 miliardi toccato nel 2023, con il 2026 che si apre all'insegna di un rallentamento verso mercati chiave come Giappone, Stati Uniti e Corea del Sud.
Le cause della frenata

Le ragioni di questa difficoltà sono molteplici e in gran parte esterne. Secondo l'analisi del settore pesano le tensioni nell'area del Golfo, l'introduzione dei dazi americani e, soprattutto, la lunga assenza del cliente cinese, a lungo considerato il grande propulsore della crescita del lusso mondiale.
Si tratta di fattori che il singolo imprenditore fatica a controllare, perché riguardano la geopolitica, il commercio internazionale e i consumi di intere aree del pianeta, e che insieme hanno tolto ossigeno a una filiera abituata a contare su una domanda estera in costante espansione.
Undici imprese al giorno
L'impatto più doloroso, però, si misura sul tessuto produttivo. Nel solo secondo trimestre del 2025 si sono contate 1.035 cessazioni di imprese tra tessile, abbigliamento e pelle, di cui ben 843 di natura artigiana: in pratica, undici aziende al giorno hanno abbassato la saracinesca in quei tre mesi.
Sono cifre che vanno lette tenendo presente il peso complessivo del settore, che conta circa 37.331 imprese e 372.200 addetti, pari al 9,5 per cento dell'occupazione manifatturiera italiana: dietro ogni chiusura ci sono competenze, mestieri e famiglie che rischiano di scomparire per sempre.
Emerge così il paradosso di un'industria a due velocità, dove i grandi nomi del lusso continuano a fare notizia con sfilate e operazioni miliardarie, mentre la base produttiva che rende possibile tutto questo, fatta di piccole botteghe e artigiani, lotta ogni giorno per la sopravvivenza.
La sfida dei prossimi anni sarà proprio questa: capire se il fascino intramontabile del Made in Italy potrà tradursi anche in un sostegno concreto alla sua filiera, oppure se la moda italiana rischia di conservare tutto il suo splendore in vetrina perdendo, pezzo dopo pezzo, le mani che la costruiscono.






